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Il cuore delle donne
più fragile dopo i 50 anni

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Articolo pubblicato il 10/02/2016 alle ore 15:00.
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Terzo da sinistra il professor Gaita fra la presidente Inner Bergese Gentile e la direttrice Asl Ida Grossi
Il cuore della donna è uguale o diverso da quello dell'uomo? Perchè qualcuno deve pur spiegare come mai, in Europa, il 42% delle donne muoiono per patologie cardiovascolari contro il 34% degli uomini. Una domanda posta dall'Inner Wheel di Asti: la presidente Patrizia Bergese Gentile ha invitato il professor Fiorenzo Gaita insieme alla dottoressa Elisabetta Toso a fornire la risposta nel corso di una serata conviviale ospitata alla Scuola Alberghiera di Agliano.

Il professor Gaita è stato a lungo primario di Cardiologia di Asti che, grazie a lui e alle sue ricerche e metodiche innovative a livello mondiale, è diventato un reparto di assoluta eccellenza; un'eccellenza mantenuta anche dopo il suo ritorno a Torino (dove ora presiede la cattedra di Cardiologia all'Università ed è direttore del Dipartimento Cardiovascolare e Toracico della Città della Salute) grazie alla continuità assicurata dal dottor Marco Scaglione, suo allievo da poco riconosciuto primario, presente alla serata con il piacevole incarico di presentare il suo "prof".

Le conclusioni a cui è giunto il professor Gaita durante il suo intervento non sono state confortanti per la metà rosa del cielo, soprattutto quella che ha superato la fatidica soglia della menopausa. «Il cuore di un uomo e di una donna sono identici dal punto di vista macroscopico e di funzionamento elettrico -– ha detto il prof. Gaita -– ma già se si va al peso, si notano le prime differenze: 300 grammi in media per un uomo e 250 grammi per una donna. Differenza che si annulla se i soggetti hanno lo stesso peso corporeo».

Ma la grande differenza non sta nella "pompa" che abbiamo a sinistra del nostro torace, bensì nella testa, che guida l'attività degli ormoni: estrogeni per le donne e testosterone per gli uomini. Per le donne in età fertili, gli ormoni sono degli straordinari protettori dalle malattie cardiovascolari: un'azione che si perde durante la menopausa, quando la loro produzione diminuisce sensibilmente. E a nulla serve la terapia ormonale sostitutiva per prolungare la protezione. Considerando che le donne mediamente vivono più a lungo e dunque per molti anni "senza protezione" degli estrogeni, ecco che la percentuale di morte per malattie cardiovascolari è impietosa verso l'universo femminile.

Ma se non bastasse la natura che, ad un certo punto abbandona senza salvagente le donne nel mare di rischi di infarti, ci si mette anche la difficoltà a riconoscere un attacco cardiaco in una donna. «Perchè mentre l'uomo presenta i cosiddetti sintomi tipici -– ha spiegato Gaita -– come il forte dolore al centro del petto, tanto per dirne uno, per la donna le cose si complicano, tanto che nel 40% dei casi l'infarto non viene riconosciuto quindi non viene preso in tempo e i ritardi delle cure specifiche aumentano massicciamente il rischio di morte. Nelle donne -– ha specificato il cardiologo -– i sintomi sono più sfumati: malessere generale, difficoltà di respiro, vertigine, svenimento spesso liquidati come "crisi isterica", terapia leggera e invio a casa della paziente».

Quello che la medicina moderna ha invece riconosciuto è la morte per "crepacuore", un termine un po' demodè che però rende bene l'idea. Il suo nome scientifico è la cardiomiopatia di Tako Tsubo, nome cinese per indicare l'anfora usata per catturare i polpi (la stessa forma che prende il cuore durante l'attacco). Si tratta di un infarto molto atipico che deriva direttamente da uno stato di forte stress emotivo e fisico. «Una condizione -– ha specificato il professor Gaita -– in cui entrano in circolo troppe catecolamine e l'organismo risponde con un affaticamento del cuore. Su 1750 pazienti cui è stata diagnosticata questa sindrome, il 90% è di sesso femminile».

Daniela Peira

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