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Fulvio Coltorti: "Il benessere della comunità è il benessere della banca"

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Articolo pubblicato il 29/02/2016 alle ore 07:00.
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Fulvio Coltorti
A) La tempesta borsistica che si sta scatenando sui titoli, soprattutto bancari, è conseguenza del cattivo stato di salute delle banche per via delle sofferenze o può nascondere anche speculazioni internazionali mirate a svalutare le nostre banche per poi acquistarle a prezzo di saldo?
Si tratta di una situazione complessa. In primo luogo, la “tempesta” è attribuibile alle aspettative negative sull’andamento dell’economia sia internazionale (dove i “motori” classici della crescita quali Cina, altri paesi emergenti, Stati Uniti, hanno rallentato e non accennano a riprendere) che italiana (dove non sono state perseguite politiche per una vera e consistente espansione della domanda).  La cattiva congiuntura si riflette direttamente sull’attività dei clienti delle banche, imprese e famiglie, i quali mettono in evidenza situazioni deteriorate che incidono sulla solidità patrimoniale delle stesse banche. I mercati correggono quindi al ribasso le valutazioni dei titoli quotati e queste correzioni sono più pesanti nei confronti degli istituti da tempo problematici perché indeboliti da cattive gestioni. E’ ovvio che in questi movimenti possono presentarsi azioni opportunistiche dall’estero dirette ad acquistare a prezzo vile le nostre banche. In questo senso, le riforme perseguite dal Governo vanno nel senso sbagliato perché tendono a mettere “sul mercato”, nel momento più sfavorevole, pezzi importanti del nostro sistema bancario (soprattutto banche popolari e di credito cooperativo). Ritengo fondamentale che i risparmi degli italiani vengano custoditi da soggetti italiani è pericoloso agevolare la calata di banche estere che si sono distinte nel recente passato per manipolazioni e comportamenti censurabili.

B) Che cosa ne pensate del fatto che Bankitalia, che vigila sul sistema bancario italiano, a sua volta abbia come azionisti le stesse banche controllate? E’ un problema solo di Bankitalia o è anche di altre banche centrali?
La situazione particolare della Banca d’Italia non ha equivalenti salvo nella Repubblica di San Marino dove sei banche locali (vigilate) possiedono il 33% del capitale della banca centrale (vigilante), ma la maggioranza del 67% è in mano allo Stato. A mio parere una banca centrale deve avere per azionista lo Stato di cui dovrebbe sostenere lo sviluppo garantendo la stabilità monetaria; difatti ciò avviene nella quasi totalità dei casi. Bankitalia è un’eccezione nel contesto mondiale, essendo retta da uno statuto riformato nel 2013 che le ha mantenuto una forte autonomia amministrativa che configura un’assoluta autoreferenzialità. Ciò può essere accettabile quando vi sono timori di forti inframmettenze politiche; ma in un istituto di diritto pubblico, quale è Bankitalia, lo Stato non può rinunciare al controllo amministrativo; mentre invece deve essere preservata l’autonomia tecnica che oggi è peraltro garantita dalle regole del sistema di banche centrali dell’eurozona a cui Bankitalia appartiene. In ogni caso, ritengo che la “moglie di Cesare” debba essere al di sopra di ogni sospetto, specie in tempi lontani da quelli nei quali i princìpi di moralità e competenza erano difesi da uomini come Luigi Einaudi, Donato Menichella, Paolo Baffi e Guido Carli. Storicamente, i maggiori azionisti della Banca d’Italia furono le Casse di Risparmio, tanto che oggi IntesaSanpaolo (che ha inglobato la maggiore della categoria, la Cariplo) è di gran lunga il primo socio con il 42% del capitale. Il processo di concentrazione delle banche italiane ha prodotto la concentrazione dell’azionariato di Bankitalia dove i due maggiori gruppi bancari (IntesaSanPaolo e Unicredit) sono arrivati a detenere nel loro insieme il 65% del capitale. Altri possessi di rilievo sono quelli della Banca Carige (4%), della Cassa di Risparmio di Asti (3%), della Bnl (2,8%), della Banca Monte dei Paschi di Siena (2,5%) delle Generali (6,3%) e dell’Unipol Sai (2%). Le stesse banche sottoposte a risoluzione sono azioniste (ad esempio, la Banca delle Marche possiede lo 0,85%). Ho tratto questi dati dall’ultima edizione dell’Annuario R&S-Mediobanca. I tentativi di sistemare tale sconveniente situazione non hanno avuto esito sinora, anche per la difficoltà di assegnare un valore alle quote le quali restano di fatto illiquide non essendovi un mercato dove possono essere negoziate.

C) Perché il capitale sociale della Banca d’Italia è di soli 156.000 euro fermi dal 1936?
Il valore nominale del capitale di Bankitalia non è importante. Nel 2013, dopo l’ultima riforma, esso è stato tuttavia rivalutato a 7,5 miliardi di euro mediante passaggio di riserve accumulate nel tempo. Questo è anche il valore che Bankitalia stessa si è assegnato, con una procedura a dir poco singolare. Occorre considerare che una banca centrale non ha problemi di capitale perché nel malaugurato caso in cui si rivelasse a corto di liquido potrebbe rimediare semplicemente stampando moneta. Ma il bilancio di Bankitalia è uno dei più ricchi nel contesto internazionale; i dati pubblicati nel Bollettino Statistico a tutto il settembre 2015 mettono in evidenza un patrimonio netto di 112 miliardi di euro quale somma del capitale, delle riserve e di utili variamente accantonati. A fronte di tale patrimonio sta un complesso di attivi che tra l’altro comprendono oro e crediti in oro valutati 79 miliardi di euro. I lingotti sono in gran parte custoditi presso la sede romana e consistono in 79 milioni di once pari a 2452 tonnellate. Di chi è questo oro? In un’intervista rilasciata dal direttore generale al Sole24Ore nel settembre 2013 venne detto che esso è “nella libera disponibilità di nessuno, se non dell’eurosistema”; mi auguro che tale opinione sia stata nel frattempo opportunamente corretta essendo quel metallo il frutto del lavoro degli italiani e dei cospicui flussi esportativi realizzati al tempo del miracolo economico.

D) Si parla molto in questo momento di Bad Bank. Mi piacerebbe conoscere il parere degli esperti circa l’inserimento nella Bad dei crediti “In Bonis”. Forse la domanda è fuori tema ma approfitto dell’occasione.
In una bad bank vengono conferiti solo crediti deteriorati allo scopo di “purificare” la banca che li cede. I crediti in bonis sono parte della banca “buona” e non della “cattiva”. Tuttavia essi possono essere ceduti ad esempio impacchettandoli in un “veicolo” da cedere in tutto o in parte (frazionandolo in titoli negoziabili) sul mercato finanziario oppure da qualificare come sottostante di finanziamenti chiesti alla banca centrale. Una fattispecie del genere può ricorrere per lo smobilizzo di crediti verso piccole e medie imprese; in quel caso l’operazione viene resa generalmente appetibile in presenza di garanzie (anche pubbliche). In questo caso però si tratterebbe di un’operazione di mercato e non della “pulizia” dei conti oggetto del dibattito attuale.

E) Come faranno le banche del territorio a fare fronte alla concorrenza dei Grandi Gruppi? Che potere effettivo ha ancora la B.I. in Italia?
a - Il vantaggio delle banche di territorio rispetto ai grandi gruppi consiste nella relazione più diretta con il cliente. Questa porta la banca a conoscere il cliente molto meglio di quanto non possa fare un mega-gruppo la cui sede pensante (e decisionale) è lontana dai clienti e i cui giudizi tendono ad avvalersi di algoritmi matematici derivati da elaborazioni statistiche il più delle volte fallaci. Questo fenomeno è confermato dalle indagini fatte all’estero (ad esempio negli Stati Uniti) ed anche in Italia dove le banche più minuscole, le Bcc, sono quelle con le migliori performance (rinvio qui al volumetto “Banche popolari, credito cooperativo, economia reale e Costituzione” edito di recente da Rubbettino (autori Riccardo Cappellin, Claudio Casaletti, Giuseppe Porro, Marco Vitale e il sottoscritto).
b - Con la creazione dell’euro e la costituzione della Banca centrale europea la Banca d’Italia ha un potere molto più ridotto di una volta; ma non per questo essa è poco influente. Bankitalia mantiene il ruolo molto importante di consulente del nostro Governo e opera in Italia come riflesso del potere concentrato sulla Bce; questa posizione può essere marginale, se si limita ad applicare regole decise da altri, oppure decisiva se partecipa attivamente alla formazione di quelle regole; ma in tal caso deve essere il riflesso diretto degli interessi nazionali e non, come a volte si teme, degli interessi delle grandi concentrazioni finanziarie internazionali che richiedono quelle norme attraverso apparati lobbistici imponenti.

F) Se le regole sono sempre uguali (stessi interessi, stesse coperture e garanzie, stesso livello di rischio) che siano private, Cr., B.P., Statali ecc… ecc.. non cambia nulla. Se invece c’è libera contrattazione c’è corruzione, è inevitabile.
a - Non credo che il problema si presenti in questi termini. In un regime di concorrenza, a parità di condizioni e di regolamentazione, il livello del rischio non è un dato oggettivo, ma dipende dalla capacità della banca di percepirlo e gestirlo correttamente. Vi è anche una “qualità” del servizio che nel caso della banca è fondamentale dato che deriva dalla competenza dei dirigenti e dalle direttive impartite a tutti i collaboratori. Dunque, occorre salvaguardare la concorrenza e questo obiettivo si consegue meglio se viene preservata la biodiversità del sistema attraverso le sue varie componenti: banche grandi e banche piccole e medie vicine al territorio, banche S.p.A. e banche cooperative aventi spirito mutualistico.
b - La corruzione non è inevitabile perché dipende in primo luogo dalla moralità della dirigenza apicale e in secondo luogo dalle norme e dai controlli interni che vengono istituiti. Qui la corretta vigilanza della banca centrale è conditio sine qua non e i fatti rilevati nelle quattro banche sottoposte a risoluzione dovrebbero indurre riflessioni importanti sulle modalità di prevenire la mala gestio.

G) Interessi: nazionali, del territorio, politici, di categorie organizzate, di lobbies, di gruppi e alla fine “interessi privati”: gli amici che contano!
a - La rete dei rapporti intessuti dalla banca sul territorio conta e come; ma c’è anche chi non è disposto a chiudere gli occhi di fronte agli amici! Torniamo al problema della competenza e della moralità. Per fare un esempio, Mediobanca fu spesso accusata di coltivare un “salotto buono” nel quale venivano accolti solo gli amici; ma ciò non era vero perché i rapporti mantenuti con quegli “amici” furono sempre improntati alla massima correttezza; tanto che le perdite sui crediti concessi, ai tempi di Enrico Cuccia, Silvio Salteri e Vincenzo Maranghi, furono praticamente nulle. Più in generale, una banca ben gestita non può che fare gli interessi del territorio nel quale è radicata. Essa ha una mission sociale precisa: promuovere il benessere della comunità locale dove trova i clienti, le risorse operative e, in ultima analisi, la vera ragione della sua esistenza. Il benessere della comunità locale è il benessere della stessa banca.

H) Draghi lo scorso giugno in un intervento, ha spiegato che i Consigli di Amministrazione bancari e delle Fondazioni, sono un numero enorme rispetto al numero reale delle imprese del credito. Un peso sostenibile dal sistema?
E’ certo che la numerosità di questi Consigli costituisce un peso sul sistema e incide anche sulla bontà dei meccanismi di governance. Le riforme dovrebbero riguardare proprio questi aspetti; ad esempio, l’uso del sistema duale al solo scopo di mantenere le poltrone ai dirigenti di banche che si fondono. Ma molte responsabilità sono in mano agli enti locali che procedono alle nomine e questi potrebbero ben limitare il numero dei rappresentanti a persone capaci e competenti. La selezione di incompetenti o di “amici degli amici” ha portato molte banche verso disastri; esempi ne abbiamo appena visti nelle quattro banche sottoposte alle procedure di risoluzione. Credo peraltro che il presidente della Bce dovrebbe prima guardare più vicino, intorno a sé, chiedendosi se tutti i comitati e comitatini attivati dalle istituzioni finanziarie europee siano poi così necessari ed efficaci. Dobbiamo partire dalla testa se vogliamo razionalizzare un sistema che produce continuamente eccessivi regolamenti e direttive. Dobbiamo sempre ricordare le parole scritte nel 1943 da Luigi Einaudi: “Fate che i piani predisposti dall’imprenditore siano messi nel nulla non dal fatto di Dio (grandine, siccità, raccolti abbondanti, ribassi di prezzi), contro di cui nessuno si può lamentare e che si mettono anticipatamente in calcolo, ma dal fatto del principe, dal getto continuo di nuove leggi imprevedute, imprevedibili, artefatte dagli interessati, dal fluire contraddittorio di ordini, di circolari, di pressioni provenienti da capi e funzionari, forniti della infallibilità propria di chi si contraddice ad ogni due giorni, e la macchina economica più non funziona o funziona a vuoto…”

I) Le banche italiane sono da tempo egemonizzate dalla sinistra. Quando vanno male, come il Monte dei Paschi di Siena, è dovuto all’inesperienza, alla distanza psicologica, della sinistra, con il denaro? Insomma, un socialista, un comunista, può gestire il cuore del capitalismo?
In fatto di banche non è possibile invocare l’inesperienza. Il cuore del capitalismo è ricco assai ed è inevitabile che attiri i mascalzoni. Ma non credo che questi abbiano un colore politico particolare. Dobbiamo pensare che dentro ogni partito o associazione operino persone inadeguate, ma anche persone per bene e competenti. Dobbiamo sperarlo e, attraverso il voto, fare in modo che emergano gli uomini giusti, altrimenti non ci sarà futuro per nessuno.

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